Alita – Angelo della Battaglia – Recensione

Cinema
Stefano Dell'Unto

Anno 2563. Una guerra catastrofica chiamata “La Caduta” ha lasciato la Terra devastata. Nella metropoli discarica di Iron City, il Dr. Dyson Ido, scienziato cibernetico, trova un cyborg femminile danneggiato, lo ripara e lo battezza Alita, come la sua figlia scomparsa. Alita non ha alcun ricordo del suo passato ma conserva un formidabile addestramento d’arti marziali. Diventerà una cacciatrice di taglie desiderosa di partecipare alle pericolose gare di Motorball.

Titolo originale: Alita: Battle Angel
Genere: fantascienza, azione
Regia: Robert Rodriguez
Cast: Rosa Salazar, Christoph Waltz, Jennifer Connelly, Mahersala Ali, Ed Skrein, Jackie Earle Haley, Keean Johnson, Eiza Gonzalez, Edward Norton
Paese: USA, Canada, Argentina
Durata: 122 min.
Casa di produzione: Twentieth Century Fox, Lightstorm Entertainment, Troublemaker Studios, TSG Entertainment
Distribuzione Italia: 20th Century Fox Italia
Data di uscita Italia: 14 febbraio 2019
Data di uscita USA: 14 febbraio 2019

Erano quasi vent’anni che James Cameron voleva portare sul grande schermo Battle Angel Alita, titolo occidentalizzato di Gunnm (forma contratta di Gun’s Dream, ‘Sogno di una pistola’), il manga cyberpunk di Yukito Kishiro partito nel 1990 e capace di generare due OAV. Fu Guillermo del Toro a indicare l’opera al collega ma, rimanda oggi, rimanda domani, metti su una guerra interplanetaria sul pianeta Pandora, contribuisci a far proliferare nelle sale di tutto il mondo gli amati-odiati occhialini 3D e la nuova stereoscopia che funziona un film sì e venti no, prepara due sequel di Avatar e altri due ancora, e il progetto Alita rischia di finire nella discarica. A riportarla in vita, proprio come il Dr. Ido, ci pensa Robert Rodriguez, regista non raffinatissimo ma visionario, con un curriculum di pulp post-moderni, kitsch e controversi (il cinecomic Sin City rischiò di vincere a Cannes ed è ritenuto da molti l’anticinema) e una manciata di film per ragazzini, di quelli che ci vengono propinati il sabato pomeriggio in tv, rigorosamente vietati ai maggiori di sette anni.

Non sfugge, naturalmente, che un regista di origini messicane, già autore della trilogia del Mariachi, sia stato scelto per raccontare la storia di un’umanità reietta, che ambisce a raggiungere la città celeste di Zalem, terra promessa (non mantenuta), con tanto di metaforone finale sul muro anti-immigrazione. Il modello di partenza della vicenda, però, viene da casa nostra. Il Pinocchio di Collodi, con la peruviana Rosa Salazar, di metallo invece che di legno, giovane (ed ennesima) eroina d’emancipazione femminile. Christoph Waltz, una volta tanto, si toglie di dosso il ruolo del cattivo e fa Geppetto, Jennifer Connelly è la Fata dai Capelli Turchini cattiva ma non troppo, il (ri)nominato all’Oscar Mahershala Alì è un Mangiafuoco “divoratore” di cyborg e il giovane sconosciuto Keean Johnson è Lucignolo che porta Alita sulla cattiva strada del Motorball.

Prendete A.I. – Intelligenza Artificiale, il Pinocchio spielberghiano molto filosofico e poco divertente, metteteci Terminator, tanto per restare dalle parti di Cameron, e il cult Rollerball e comincerete ad avere una mezza idea della natura prettamente derivativa di Alita: Angelo della Battaglia. Visivamente funziona tutto. Il lavoro di design è minuzioso e mastodontico, l’ottima stereoscopia ci butta dentro Iron City, mix bilanciato di scenografie pratiche e chroma key. I combattimenti sono coreografati con buona inventiva. Rodriguez non è esattamente un virtuoso della macchina da presa ma azzecca le angolazioni d’inquadratura nelle scene d’azione e vivacizza tutto in sala montaggio.

Quando sullo schermo non ci sono cyborg che si scannano a vicenda e c’è da raccontare una storia, però, iniziano i guai. E’ difficile innamorarsi di un’eroina che è metà macchina e metà motion capture, non importa quanto grandi siano i suoi occhi. Gli effetti digitali non hanno ancora raggiunto l’eccellenza necessaria perché un personaggio in mocap possa sostenere la sospensione dell’incredulità del pubblico in un contesto live-action. La sequenza in cui Alita offre letteralmente il suo cuore all’amato (a richiamare Gwyneth Paltrow che reinserisce il reattore ARC nel torace di Tony Stark nel primo Iron Man) e il finale stile Titanic non riescono a suscitare la potenza emotiva necessaria. Se l’intimismo funziona poco o nulla, ancora peggio gli spiegoni funzionali alla narrazione che non sfuggono alla monotonia dei primi piani, campi e controcampi che rallentano il ritmo, sostenuti da personaggi monodimensionali, privi di idee o delle pretese filosofiche del manga originale.

La natura ibrida di Alita si rispecchia nel prodotto stesso. La componente tecnologica, sorretta da più di 230 milioni di dollari di budget, viene dispiegata in tutta la sua potenza devastante. Il lato umano, pero, è un volto pixellato con lo sguardo ingigantito in cgi a fornire un intimismo posticcio, incapace di veicolare l’emozione del pubblico. Si esce dalla sala con gli occhi ricolmi di uno spettacolo sontuoso, seppure già visto, ma senza un cuore che batte per aver instaurato un legame emotivo con i personaggi. E, quando il film non ha una vera anima, te lo dimentichi in fretta.

Alita: Angelo della Battaglia

6.3

Regia

6.0/10

Sceneggiatura

5.0/10

Cast

6.0/10

Effetti visivi

8.5/10

Colonna sonora

6.0/10

Pros

  • Le scene d'azione hanno buon ritmo.
  • Buon bilanciamento tra scenografie pratiche e mondo digitale.
  • Combattimenti ben coreografati.

Cons

  • La motion capture non è ancora raffinata al punto da reggere il contesto live-action.
  • Personaggi monodimensionali.
  • Film derivativo in ogni componente.

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