Ant-Man and the Wasp – Una lente d’ingrandimento sul film

Cinema

L’agosto cinematografico italiano è stato infiammato da un ospite d’onore: parliamo di Ant-Man & The Wasp, nuova pellicola dei Marvel Studios, arrivata nelle nostre sale dopo più di un mese dall’uscita statunitense. Primo film dopo il grandioso successo di Avengers: Infinity War, sarà riuscito a conquistare il grande pubblico? Abbiamo così preferito regalarvi uno sguardo più approfondito del lavoro dei Marvel Studios, in un prezioso speciale sui pregi e i difetti del secondo capitolo dell’eroe più piccolo del mondo!

Se non fosse per il brand Marvel, un film con la portata e i valori produttivi di Ant-Man and the Wasp susciterebbe ben poco interesse e si perderebbe nella confusione dei blockbuster estivi. Si tratta di un prodotto che sta forse mezzo gradino al di sopra di famigerati cinecomics quali I Fantastici Quattro di Tim Story o Lanterna Verde. Non perderemmo tempo neanche a guardare il trailer e ritroveremmo il film su Italia Uno nei sabato pomeriggi invernali. Però è Marvel. Rientra in quella pratica onanista per nerd definita continuity nel nome della quale si è disposti perfino a credere che i Defenders delle serie tv Netflix esistano nello stesso universo narrativo degli Avengers giusto perché ad un certo punto di un certo episodio c’è un mezzo riferimento neanche troppo esplicito a qualche personaggio o evento della saga cinematografica. E poco importa se nella New York televisiva non c’è traccia della Stark Tower o se gli schiocchi di dita di Thanos non avranno alcun effetto su Daredevil e soci. Tanto basta perché il pubblico continui ad appassionarsi e a seguire tutto ciò che rientra ufficialmente nel canone.

Intendiamoci, nessuno pretende un kolossal epico di tre ore su Ant-Man. Il personaggio non ha l’articolato apparato mitologico di Superman, Batman o Spider-Man. Nel roster originale di supereroi Marvel, Hank Pym era anche il supereroe meno superproblematico. Peter Parker è un giovane costretto dall’omicidio di suo zio a diventare Man prima che Spider, Thor è un dio sbruffone imprigionato nel corpo di dr. House, a Bruce Banner basta sbattere la caviglia contro lo stipite di un mobile per trasformarsi in una bomba atomica su due gambe, la Cosa è la Cosa, gli X-Men hanno superpoteri come tutti gli altri supereroi Marvel, sono potenzialmente pericolosi come tutti gli altri supereroi Marvel ma, siccome non hanno ricevuto i poteri da incidenti di laboratorio o per grazia divina bensì da un gene mutante, vengono perseguitati come appestati. D’altronde la xenofobia non è mai logica. E Ant-Man? È quello che picchia la moglie. È l’unica peculiarità per cui viene ricordato. E visto che la violenza domestica è poco family friendly, i Marvel Studios hanno preferito virare su Scott Lang, il secondo Ant-Man, che deve conciliare la sua natura di ladro con l’attività di supereroe.

E andrebbe pure bene. Va bene il film modesto, molto Ant e poco Giant. A stringere i denti è anche sopportabile l’ennesima storiella edificante a tema famigliare che tanto sta bene su tutto. Sarebbe tutto passabile se ci fosse uno sguardo autoriale, un’idea memorabile, una sequenza che resti impressa nella memoria, un momento epico a svettare su miele e risate. E pensare che doveva occuparsene Edgar Wright, il genio delle scazzottate demenziali della trilogia del Cornetto e del cinecomic Scott Pilgrim vs. the World, ingaggiato per dirigere il primo Ant-Man e finito sul muro dei caduti per divergenze creative di casa Disney che si sta facendo sempre più affollato. Al suo posto è stato scelto Peyton Reed, sconosciuto mestierante con all’attivo qualche innocua commediola, inesperto di action ed effetti digitali e privo di particolari velleità. Niente grilli per la testa, quindi. Il regista ideale per rispondere sissignore agli Studios. Ad ogni modo, il primo film, uscito nel 2015, ha fatto il suo e, proprio come il secondo episodio, veniva subito dopo un film degli Avengers, digestivo dopo l’abbuffata di supereroi.

Il canovaccio da heist comedy non cambia ma è la sceneggiatura a dieci mani ad avere manie di grandezza costringendo troppi personaggi in neanche due ore di film. Solo per quanto riguarda il rapporto padre-figlie abbiamo Scott Lang con la figlioletta Cassie, Hank Pym con Hope e Bill Foster/Golia con la pseudofigliastra Ghost. A questo si aggiunga la storia d’amore tra Scott e Hope con tanto di scena emblematica a mostrare il supereroe inadeguato di fronte al crescente girl power hollywoodiano. Michael Peña e compagnia sono buoni di troppo lì apposta per i siparietti comici, Walton Goggins, appena preso a calci da Lara Croft, è un cattivo di troppo, mettiamoci pure lo zelante agente FBI Jimmy Woo, ritagliamo momenti di dialoghi e spiegoni per Michael Douglas e Laurence Fishburne e a Michelle Pfeiffer resta appena un cameo in coda al film.

Il macguffin è un palazzo ridotto ad un trolley con i personaggi a fare i predatori del laboratorio perduto, emblema delle fantacazzole ricercate ed ingenue di una vicenda che non si prende mai sul serio. L’action è ridotta ad un paio di sequenze prive di grosse idee di regia o di gag memorabili e dettate dai soliti effetti digitali senza infamia e senza lode. Lo scontro finale minimalista del primo episodio, ambientato nella cameretta di Cassie, era la risposta al disaster porn de L’Uomo d’Acciaio. Qui non c’è uno spunto altrettanto vincente. Ed è un peccato perché Wasp è fantastica quando combatte e avrebbe meritato qualche momento di maggior epica. Per chiudere, a proposito della sterile polemica sorta in merito, se guardate Evangeline Lilly in costume e l’unica cosa che riuscite a vedere è un simbolo fallico sul suo torace, il problema ce l’avete voi.

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