Pet Sematary, la recensione – NO SPOILER

Cinema
Stefano Dell'Unto

Louis Creed, sua moglie Rachel e i loro figli, i piccoli Gage ed Ellie, si trasferiscono in un tranquillo sobborgo residenziale nel Maine. Jud, l’anziano e gentile vicino di casa, rimasto vedovo, svela a Louis che, nel bosco, sorge un cimitero degli animali. Quando il loro gatto muore investito da un tir, Louis lo seppellisce nel cimitero. La bestiola tornerà in vita profondamente cambiata e, per la famiglia, sarà l’inizio di un incubo.

Titolo originale: Pet Sematary
Genere: horror
Regia:  Kevin Kolsch, Dennis Widmyer
Cast: Jason Clarke, Amy Seimetz, John Lithgow, Jeté Laurence, Alyssa Brooke Levine
Paese: USA
Durata: 101 min.
Casa di produzione: Alphaville Films, Di Bonaventura Pictures, Paramount Pictures, Room 101
Distribuzione Italia: 20th Century Fox Italia
Data di uscita Italia: 9 maggio 2019
Data di uscita USA: 5 aprile 2019

Trascorriamo tutta la vita a scendere a patti con la morte, cercando di accettarla come l’evento naturale che è per accoglierla serenamente quando arriverà il nostro momento. L’idea di dover morire fa sì che ci affanniamo a trovare uno scopo all’esistenza, ci mette addosso l’urgenza di non lasciare nessun affare in sospeso e, magari, di tramandare qualcosa di noi stessi, una traccia del nostro passaggio, cullando l’illusione che almeno una parte di noi possa sopravvivere. E figuriamoci se un maestro dell’horror come Stephen King poteva lasciarsi sfuggire l’opportunità di far leva sui nervi scoperti di queste ansie ancestrali per generare uno dei suoi incubi più riusciti.

Pubblicato nel 1983, il romanzo Pet Sematary ha la struttura della classica storia EC Comics, quei racconti del terrore a fumetti, imperniati sulla legge del contrappasso, che piacevano tanto allo scrittore di Bangor quand’era un bambino e che furono perseguitati dalla censura all’inizio degli anni ’50. Lo stesso King li avrebbe portati alla ribalta una trentina d’anni dopo scrivendo le trasposizioni cinematografiche Creepshow 1 e 2. In effetti, se Pet Sematary fosse stato un racconto più breve, avrebbe potuto trovare spazio in una delle magnifiche antologie horror di King (A volte ritornano, Scheletri, Incubi e deliri, per dirne alcune) che, per molti versi, sembrano la versione letteraria di quegli albi a fumetti.

A distanza di trent’anni, Cimitero Vivente, primo adattamento cinematografico di Pet Sematary (di cui fu realizzato anche un sequel che King non approvò affatto), riesce ancora a provocare una buona dose di brividi, non figura certo nel pantheon dei capolavori del genere ma mantiene uno status di cult come tutti quei prodotti che, nonostante le carenze, riescono ad arrivare al cuore o, quantomeno, alla pancia del pubblico.

Perché realizzare un remake? Anzitutto per mungere due brand. Il primo è quello della nostalgia che ci sta facendo vivere un insipido surrogato degli anni ’80. Il secondo è Stephen King stesso. Non si contano le opere del prolifico scrittore già trasposte su schermo, piccolo e grande, eppure quelle davvero riuscite non sono moltissime. Negli ultimi anni, Hollywood sembrava aver perso un po’ d’interesse per King, almeno fino al trionfo dell’adattamento di IT che ha generato nuovo entusiasmo per la sua narrativa. Al momento sono anche più di quaranta le trasposizioni live-action in fase di sviluppo.

Altra ragione per produrre un remake potrebbe essere la necessità di aggiornare una storia che non riesce più a connettersi col pubblico contemporaneo e magari utilizzare le stesse dinamiche narrative per veicolare un nuovo messaggio. Non è questo il caso. Registi e sceneggiatori partono da un presupposto sbagliato, quello di raccontare la vicenda con un occhio di riguardo per il pubblico del primo adattamento, imponendosi di apportare delle modifiche per renderla imprevedibile ma restano anche troppo legati al materiale originale. Ne vien fuori un inevitabile corto circuito.

Il minutaggio del film originale e del remake è praticamente lo stesso, eppure la nuova iterazione dà la sensazione di andare troppo veloce. Vengono piazzati tutti gli elementi che conoscevamo più la novità dei bambini mascherati che seppelliscono i loro animali nel cimitero. Non viene approfondito nulla. Pare che i registi diano per scontato che il pubblico sappia già tutto e non si soffermano su niente. Jason Clarke e John Lithgow provano a conferire gravitas ma anche loro non hanno lo spazio di manovra necessario per dare profondità ai personaggi.

Nel momento cruciale della storia, viene creata la tangente, la linea narrativa alternativa per differenziare il remake dal suo predecessore ma, nel disegno generale, non si tratta di un cambiamento sostanziale. La parte finale diventa la storia di un padre che deve fare da baby-sitter a Mercoledì Addams e il film fa fatica a non scadere nel ridicolo involontario. A questo punto ci vorrebbero nuove idee per reggere tutto in piedi e invece ci si siede su dinamiche risapute. Gli zombi, ormai inflazionati da The Walking Dead, non fanno più paura in massa, figuriamoci se un gatto inselvatichito e una ragazzina indisponente possono creare qualche turbamento. La produzione ha il merito di ricorrere agli effetti pratici e rifuggire totalmente quelli digitali ma un pizzico di body horror e qualche effetto jumpscare non bastano a far saltare dalla sedia un pubblico abituato ai più sofisticati ed adrenalinici tunnel dell’orrore del Conjuring universe.

L’horror sembra essere l’unica ancora di salvezza per destrutturare la retorica sulla famiglia, rifugio preferito degli sceneggiatori pigri e tematica abusata nei blockbuster hollywoodiani. Nell’epilogo, il film sembra poter dire qualcosa in tal senso, ma le basi non vengono gettate e il tema non viene sviluppato in modo convincente. Il film resta così, inerte, più morto che vivo. E non c’è cimitero delle pellicole che possa resuscitarlo.

Pet Sematary

5

Regia

5.0/10

Sceneggiatura

4.0/10

Cast

6.0/10

Effetti visivi

6.0/10

Colonna sonora

4.0/10

Pros

  • Le modifiche alla storia originale non sono sostanziali per giustificare il remake
  • Gli effetti jumpscares e gli zombi sono ormai inflazionati e non fanno più paura
  • Gli elementi introdotti non vengono approfonditi nella maniera giusta

Cons

  • Jason Clarke e John Lithgow ce la mettono tutta per dare profondità ai personaggi anche se non hanno lo spazio di manovra necessario
  • Il film predilige gli effetti visivi pratici a quelli digitali, anche se risultano insufficienti

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