Shaft Recensione, la blaxploitation nell’era dei millennials

Cinema
Stefano Dell'Unto

New York. JJ Shaft Jr., agente dell’FBI esperto di cyber security, indaga sulla misteriosa morte del suo migliore amico. Decide di chiedere aiuto a suo padre, il leggendario investigatore privato John Shaft II, dal quale la madre l’ha sempre tenuto lontano. Mentre investigano insieme, padre e figlio dovranno venire a patti con le loro divergenze generazionali e caratteriali.

Titolo originale: Shaft
Genere: azione, commedia, crime
Regia: Tim Story
Cast: Samuel L. Jackson, Jessie T. Usher, Richard Roundtree, Regina Hall, Alexandra Shipp
Paese: USA
Durata: 111 min.
Casa di produzione: Netflix, New Line Cinema, Warner Bros.
Distribuzione Italia: Netflix
Data di uscita Italia: 28 giugno 2019
Data di uscita USA: 14 giugno 2019

La nuova iterazione di Shaft è diretta da Tim Story, regista de I Fantastici 4 (2005) e del sequel con Silver Surfer (2007). Tanto dovrebbe bastarvi per stare alla larga dal film. Ma se proprio volete farvi del male, andiamo pure a vedere come Story e gli sceneggiatori Kenya Barris e Alex Barnow siano riusciti a sbagliare tutto quello che c’era da sbagliare. Hollywood non è certo insensibile al momento storico delicato della cultura afro in tutto il mondo, basti pensare al trionfo di Green Book, Black Panther e BlackKklansman agli ultimi Oscar. Tramandare alle nuove generazioni un mito come Shaft, autentico portabandiera della blaxploitation anni ’70, richiedeva quindi un minimo di responsabilità che qui nessuno vuole assumersi.

Il detective hard-boiled John Shaft nasce nel 1970 dalla penna dello scrittore (bianco) Ernest Tidyman come risposta nera a James Bond. Protagonista di sette romanzi, Shaft è stato interpretato da Richard Roundtree in una trilogia cinematografica e in una serie tv. Nel 2000, il testimone è passato al “nipote” Samuel L. Jackson nel trascurabile film di John Singleton. Il nuovo episodio promuove Jackson a figlio dello Shaft originale con l’abile operazione retcon “facciamo finta di niente che tanto il film di Singleton non se lo ricorda nessuno”.

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Story conosce un solo genere, la commedia, e se lo prendi a fare Shaft significa che non hai alcuna intenzione di realizzare un film con la gravitas drammatica della serie originale. Il regista ha già inzuppato il poliziesco nella commedia con fortune alterne (New York Taxi, Poliziotto in prova, Un poliziotto ancora in prova) ma gli schiaffoni presi con I Fantastici 4 avrebbero dovuto insegnargli che a buttare il mito in burletta senza prendere nulla sul serio rischi di litigare subito con la sospensione dell’incredulità del pubblico e mandare tutto all’aria.

Padre e figlio separati da anni devono ricostruire il loro rapporto mentre indagano e affrontano i cattivi. Capirai la novità. Basta prendere Indiana Jones e l’ultima crociata o Die Hard 5, tanto per dirne due. Lo script cerca di darsi un tono buttando lì il temino dell’islamofobia da parte delle forze dell’ordine ma resta involuto e si capisce fin dalle prime battute chi siano i veri responsabili dell’omicidio in questione.

La mancanza di idee degli sceneggiatori è la componente migliore del film perché è quando cominciano a ragionare che sono dolori veri. Lo Shaft di Samuel L. Jackson è misogino, omofobo e xenofobo. Tratta le donne come puri oggetti di piacere, pensa che essere millennial esperti di computer sia “una cosa da bianchi” e teme che il figlio sia omosessuale. In chiave comica andrebbe pure bene se, alla lunga, venisse applicata la legge del contrappasso, se questo Monnezza iniziasse a prendere schiaffoni per il suo comportamento. Se il giovane Shaft si rivelasse davvero gay, ad esempio, oltre che svolta progressista per la saga, costringerebbe anche il padre ad aprire la mente e ad accettarlo per quello che è. Macché. Il figlio indossa l’impermeabile di famiglia e inizia ad aderire ai deprecabili valori di papà.

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Sul piano dell’action, Story dirige le sparatorie tutte allo stesso modo. Inquadratura del tizio che spara. Controcampo del tizio che cade a terra. E così via senza una punteggiatura di gag o idee di sorta. Alexandra Shipp (la nuova Tempesta degli X-Men) prima diventa la donzella da salvare e poi, nel dubbio, un paio di calci li tira pure lei, così, tanto per non far arrabbiare le femministe. E non basta né l’ingresso finale di Roundtree, umiliato in una marchetta imbarazzante, né il tema originale di Shaft, composto da Isaac Hayes e vincitore di un Oscar, a dare un po’ di conforto in tanta devastazione.

Shaft

4.2

Regia

4.0/10

Sceneggiatura

3.0/10

Cast

5.0/10

Effetti visivi

4.0/10

Colonna sonora

5.0/10

Cons

  • Il mito di Shaft viene ridicolizzato in una rilettura sessista, omofoba e razzista
  • Regia priva di idee, le sparatorie sono tutte uguali e prive di inventiva
  • La risoluzione del giallo è prevedibile fin dalle prime battute

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